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Il gioco è un’attività universale propria di tutti gli essere umani e anche di molte specie animali. Il gioco d’azzardo è stimolante ed eccita sul lato psicofisico il giocatore perché si fonda sulla fortuna: mettere a rischio una certa somma con la possibilità di ottenerne di più, ma anche di restare senza nulla, provoca un brivido che per alcune persone può essere anche molto gratificante.

Il gioco eccessivo non è un comportamento vizioso, come spesso è stato considerato, ma una vera e propria dipendenza. Il Gioco d’Azzardo Patologico (GAP) è stato riconosciuto ufficialmente come patologia nel 1980 dall’Associazione degli Psichiatri Americani ed è stato classificato nel DSM IV come “disturbo del controllo degli impulsi non classificati”.

Il successivo DSM V nel 2013 ha riclassificato il GAP insieme agli altri disturbi additivi da sostanze psicoattive nella neo istituita categoria “disturbi correlati a sostanze e disturbi da addictions” che sostituisce, proprio per includere il GAP, la precedente “Substance use disorders”. Si tratta di un comportamento persistente, ricorrente e inadeguato di gioco che può compromettere gli aspetti della vita personale, familiare e lavorativa del soggetto.

Il GAP può essere definito una “dipendenza senza sostanza” che in alcuni casi si accompagna all’uso di sostanze stupefacenti e/o di alcool, a problemi della sfera emotiva-affettiva-sessuale o a disturbi da deficit dell’attenzione con iperattività. Inoltre i giocatori possono essere a rischio di sviluppare condizioni mediche generali correlate allo stress come: ipertensione, ulcera peptica ed emicrania Il GAP è un disturbo del comportamento che presenta molte caratteristiche che sono comuni con la tossicodipendenza: si è accertato, con le moderne indagini di investigazione delle funzioni cerebrali, che i meccanismi cerebrali alla base dello svilippo e mantenimento della dipendenza sono gli stessi sia nel caso di un coinvolgimento con alcool o droghe, sia che ci si trovi di fronte a un comportamento di gioco eccessivo.

I sintomi che possono essere considerati come campanelli d’allarme dell’esistenza del problema sono i seguenti:

  • si è eccessivamente assorbiti dal gioco d’azzardo
  • si ha bisogno di giocare somme di denaro sempre maggiori per raggiungere lo stesso stato di eccitazione.
  • i tentativi di ridurre, controllare o interrompere il gioco d’azzardo sono vani
  • si è irrequieti o irritabili quando si cerca di smettere di giocare
  • si gioca per sfuggire ai problemi o alleviare un umore disforico (ansia, depressione ecc.)
  • si rincorrono le perdite: dopo aver perso si torna a giocare per recuperare le perdite
  • si mente a familiari e amici circa il proprio giocare
  • si commettono azioni illegali per trovare i soldi per giocare
  • si mettono a repentaglio il lavoro, la carriera scolastica o le relazioni significative per via del gioco

Custer, un esperto americano della materia, nel 1984 distinse tre fasi nella storia del giocatore incontrollato.

  1. Fase della “vincita”
    Nelle prime fasi di sperimentazione del gioco, il giocatore ha la netta impressione di vincere, di essere abile nel gioco e in un periodo fortunato: questo lo incoraggia ad aumetare la frequenza delle giocate e il denaro scommesso. L’impressione di vincere è per lo più causata da una percezione selettiva: si tiene conto soprattutto degli esiti positivi e non di quelli negativi. A volte all’inizio accade realmente che il giocatore vinca una somma significativa e che nasca in lui la convinzione che sia facile ricavare denaro dal gioco. Sia che la vincita iniziale esista realmente, sia che venga solamente presunta, di fatto il giocatore aumenta il gioco e spende più denaro. Comincia così ad alternare vincite e perdite, ma è difficile in quel momento tener conto delle perdite reali perché l’umore è euforico.
  2. Fase della perdita e dell’inseguimento delle perdite
    Prima o poi il giocatore si accorge che sta perdendo del denaro. Le perdite, ormai diventate significative,   vengono nascoste ai familiari e il giocatore si convince che deve rientrare di tutte le perdite per poi dare un taglio netto al gioco. In questa fase si giocano cifre sempre più grosse per rifarsi delle perdite, ma di fatto il buco economico si allarga perché, nel gioco d’azzardo, più si gioca più si spende.
  3. Fase della disperazione
    Con il tempo diventa evidente che i debiti non sono più pagabili e nuovi prestiti vengono rifiutati: il giocatore è angosciato e disperato per la situazione economica, ma continua ad illudersi di potersi rifare con una vincita grossa. La disperata ricerca del colpo grosso è l’unica cosa che gli dà la tenue speranza di risolvere i suoi problemi, e qualcuno arriva al punto di compiere reati pur di procurasi denaro per giocare. In questa fase la persona è disperata e può arrivare a pensare di “farla finita”. Nonostante la consapevolezza che non è più possibile recuperare le perdite, il soggetto continua a giocare. Qualche volta il giocatore “tocca il fondo” e chiede aiuto o comunque decide di smettere di giocare.

Cosa fare allora? Come intervenire per affrontare un problema di ludopatia?

Ammettere di avere un problema e volerne uscire è già metà dell’opera: non è possibile uscire da un problema di GAP se manca la consapevolezza e la motivazione personale. Per smettere di giocare inoltre non basta la forza di volontà: spesso i tentativi di smettere da soli saranno improduttivi e scoraggianti per la difficoltà di controllare il desiderio di gioco nel momento in cui si è instaurata una dipendenza. E’ indispensabile quindi chiedere l’aiuto di qualcuno. Un primo passo importante per smettere di giocare è farsi aiutare da una persona vicina e fidata (di solito un familiare) nella gestione del proprio denaro e nell’organizzazione di una buona amministrazione economica: poiché non si è in grado di esercitare un controllo interno è indispensabile avere una limitazione esterna (consegnare il bancomat, non maneggiare più grandi quantità di contanti ecc.).

Alcune persone possono trovare questa indicazione fastidiosa e irritante, ma bisogna considerare che la limitazione della disponibilità di denaro, oltre a mettere in sicurezza i propri beni, limita l’effetto stimolo verso il gioco, il desiderio di gioco, che spesso è provocato proprio dall’avere soldi liquidi in tasca. Un secondo suggerimento è quello di cercare di cambiare le proprie abitudini di vita che ruotano attorno agli ambienti di gioco coltivando i propri interessi trascurati : spesso chi gioca frequenta amici che giocano o ha l’abitudine di andare ogni mattina nello stesso bar dove la vista dei giochi diventa un’attrazione irresistibile.

E’ importante poi intraprendere un percorso di cura affidandosi a chi ha una specifica esperienza del problema. L’efficacia dei trattamenti è stata dimostrata scientificamente. Obiettivo terapeutico primario, in una fase iniziale, è fornire alla persona gli strumenti per controllare il sintomo e far fronte al craving (desiderio di gioco) attraverso un’analisi accurata dello stile di gioco, che differisce da persona a persona e degli stimoli che lo favoriscono e alimentano, al fine di consentire al paziente di arginarli e mettersi in protezione. L’intervento terapeutico si propone altresì, come obiettivo fondamentale, l’esplorazione e la cura delle dinamiche personali che hanno portato allo sviluppo di questa sintomatologia. E’ importante infatti considerare che il sintomo gioco è sempre, per chi lo mette in atto, la punta di un iceberg che ha alla base una sofferenza di altro tipo. Il terapeuta quindi, oltre ad aiutare a costruire dei “paletti” che proteggano dal contatto con il gioco, dovrà aiutare il paziente a identificare i distrurbi sottostanti, i problemi affettivi, relazionali e di autostima che possono, di volta in volta, essere all’origine del problema gioco. Consentire l’esplorazione del carico di sofferenza, altrimenti espulso attraverso il sintomo, può aiutare il paziente a individuare modalità di risposta alternative al gioco e più funzionali.

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