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Cibo, amore, relazione e separazione in “Bao”: il nuovo corto Pixar

Bao è il titolo del nuovo cortometraggio della Pixar della regista cinese Domee Shi, un breve filmato che mi ha divertito e sorpreso per i molti significati che è in grado di rappresentare e racchiudere. Una piccola perla che, come ogni grande opera, lascia lo spettatore con delle suggestioni e degli interrogativi aperti più che con delle risposte chiuse e preconfezionate.

Bao (in cinese significa raviolo, ma anche piccolo tesoro) è la storia di un raviolo al vapore che prende vita e si anima tra le mani della signora che lo ha cucinato e assume le sembianze di una dolce creatura di cui prendersi cura. La signora con gioia lo accudisce, lo nutre (aggiunge ripieno), vi si dedica in modo viscerale. Ma nessun piccolo raviolo può rimanere tale per sempre: ben presto Bao, come un figlio adolescente, diventa scostante, ricerca la solitudine e la libertà, fino al giorno in cui si presenta sulla soglia di casa accompagnato da una bella fidanzata con l’anello al dito. A questo punto la storia ha un tragico ed esilarante epilogo che non vi posso proprio svelare. Ma si tratta di una fantasia o di un sogno che permette di elaborare una perdita e qui ritroviamo la signora accanto al figlio (quello vero, ma in tutto somigliante al raviolo), alle prese con il suo fidanzamento e la sua uscita da casa. Veniamo quindi accompagnati verso un lieto fine punteggiato da momenti in cui il cibo, il suo consumo condiviso, la trasmissione dell’arte di prepararlo, assumono un ruolo centrale come strumento capace di rinsaldare e fare evolvere le relazioni verso una nuova forma più matura.

Di questo cortometraggio mi sono piaciute, in modo particolare, la delicatezza e la grande maestria con cui è trattato il tema del cibo e del rapporto tra cibo, relazione e affettività. La prima forma di nutrimento per ogni bambino è la madre, il suo sangue prima e il suo latte poi, ed è attraverso il nutrimento che si crea la relazione madre – bambino, che inizialmente è un rapporto simbiotico e totalizzante: io sono il latte – il latte è in me. Tutti avvertiamo, in modo più o meno consapevole, una nostalgia per questa profonda esperienza simbiotica che sembra non essere mai superata del tutto. E’ il modo di farvi ritorno che segna il confine tra salute mentale e disagio. Il cibo e il nutrimento (in senso reale e figurato) possono veicolare forme di socialità e di affettività matura o comportamenti regressivi: la condivisione di cibo è un mezzo di socializzazione, l’oralità (anche in senso figurato) è una parte importante delle relazioni amorose e sessuali (pensiamo a espressioni come “ti mangerei di baci”), i cibi appartengono alla cultura e il loro consumo accompagna molti momenti ritualizzati, ma si può anche mangiare o non mangiare per rabbia, per colmare dei “vuoti affettivi”: non possiamo dimenticare quanti problemi affettivi e relazionali possano essere espressi attraverso problematiche di tipo alimentare.

Il tema centrale del cortometraggio, nelle intenzioni della sua autrice, è però soprattutto quella condizione che è comunemente definita come “sindrome da nido vuoto”: quel sentimento di malinconia che ogni madre in parte prova vedendo i propri figli crescere e incamminarsi autonomamente nella loro vita. Per una madre può essere difficile lasciare andare un figlio, per il desiderio di proteggerlo per sempre e per il timore di distaccarsi. C’è il rischio di non accettare mai fino in fondo il distacco, di diventare iperprotettivi, mortiferi e soffocanti: di mantenere i figli per sempre simbolicamente nel proprio ventre/pancia, in una gabbia dorata che non permette alcuna possibilità di separazione. Ma il distacco è una parte intrinseca della vita, accettare la perdita è necessario per poter crescere e far maturare i rapporti. C’è un legame vitale tra ciò che perdiamo e ciò che guadagniamo: per poter crescere dobbiamo sempre rinunciare a qualcosa.

Si può dire che, più in generale, la storia di Bao, parla della “fame di affetto”, del senso di vuoto e della nostalgia per uno stato di sicurezza e di fusione, che tutti in parte possiamo avvertire e che possono ostacolare  l’accettazione delle perdite e dei distacchi che accompagnano molte tappe della nostra vita. Questo delizioso cortometraggio mette in scena, in modo catartico e, per questo, molto divertente, l’attuazione di quel desiderio aggressivo e regressivo di possesso totale che ognuno può riconoscere in sé, quel desiderio di “riempirsi la pancia” ancorandosi alle sicurezze passate e chiudendosi al nuovo. Il lieto fine delle storia è però un invito a non trattenere, ma a lasciare andare: solo accettando e attraversando la perdita e la mancanza possiamo “sentire la fame” e sperimentare il desiderio del nuovo, possiamo crescere e riempire i vuoti con nuove forme di vita, di amore, di nutrimento, aprirci a nuove e più evolute forme di unione.