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La psicoterapia come atto creativo

Il libro di Viola Ardone “Il treno dei bambini” oltre ad essere a mio parere un bellissimo libro, contiene in sé una perla: l’utilizzo dell’immagine delle scarpe (usate, nuove, comode, scomode) come metafora della personalità ed espressione del disagio psichico che può originare dal sentirsi costretti dentro vite non proprie.  Il protagonista, Amerigo, un bambino del dopoguerra, osserva le scarpe in modo ossessivo, le conta, ci gioca con la fantasia. Amerigo non ha scarpe sue, le scarpe che indossa sono scarpe di altre persone, scarpe che non gli calzano e stanno strette. Ma anche quando avrà scarpe nuove non sarà facile per lui sentirsi bene nelle sue calzature e soltanto quando avrà ricucito le lacerazioni con il passato e fatto i conti con i suoi fantasmi, potrà sentirsi davvero comodo e a suo agio.

“Mia mamma dice che cammino storto. Non è colpa mia. Sono le scarpe degli altri. Hanno la forma dei piedi che le hanno usate prima di me. Hanno pigliato le abitudini loro, hanno fatto altre strade, altri giochi. E quando arrivano a me, che ne sanno di come cammino io e di dove voglio andare?”

Spesso chi soffre di un malessere psichico sente di indossare “scarpe non proprie”, “scarpe strette”: vive una vita non autentica cercando di adattarsi allo stile di vita che gli è stato cucito addosso nel corso del tempo, nel suo contesto familiare e sociale, non è in contatto con la sua vera natura. I sintomi sono un’espressione di questo disagio.

Sintomi anche apparentemente simili, hanno un significato diverso a seconda della persona che li mette in atto. Un percorso di psicoterapia non può quindi rivolgersi solo ai sintomi con l’intento di smantellarli, ma deve aiutare la persona a entrare in contatto con se stessa, con la sua parte più autentica e vera e aiutarla a capire il senso dei sintomi in rapporto al suo stile di vita unico e originale.

Un percorso di psicoterapia, per risultare efficace, non può dunque che essere ogni volta un atto creativo, un “paio di scarpe confezionate su misura” per il paziente, con la finalità di aiutarlo a capire il significato dei suoi comportamenti disfunzionali e di aiutarlo a cercare modalità più armoniche di stare nel mondo. I sintomi del paziente spesso tradiscono dei tentativi maldestri di superare un Sé impaurito e scoraggiato attraverso delle modalità che vanno nella direzione non utile della vita. L’impegno dello psicoterapeuta sarà rivolto alla comprensione del cammino personale del paziente, delle eventuali deviazioni che non hanno permesso l’affermarsi di una personalità autentica, del perché di un andamento contorto che poi complica, anziché favorire, il procedere della vita. L’atteggiamento dello psicoterapeuta sarà empatico e incoraggiante, improntato sulla fiducia nella forza vitale del paziente. Il suo ascolto sarà rivolto al “sentire” l’entusiasmo, l’amore, il desiderio di percepirsi vivo del paziente, al di là delle frustrazioni e degli aspetti autodistruttivi.

Lo psicoterapeuta dovrà care fiducia all’umanità del paziente e sostenere tutto ciò che può ispirare vitalità. Il centro dell’operare psicoterapico è quindi occupato dal progetto di vita: il paziente e la sua sintomatologia sono considerati portatori di significato. Il sostegno consiste nel mantenere e  nell’incrementare l’entusiasmo.

“Imbocco una strada e inizio a salire, a metà della strada noto sulla destra la bottega di un ciabattino. Lui non chiude, non ha fretta. Resta seduto nella sua caverna, minuscola e zeppa di calzature da risuolare o aggiustare. Mi affaccio e provo a chiedere al vecchio dietro al bancone se può fare qualcosa anche per le mie, che continuano a farmi male. L’uomo mi fa sedere su uno sgabello e mi dice di togliermele. Obbedisco, resto in calzini. Prende le scarpe, prima l’una e poi l’altra, le osserva da ogni lato, poi guarda i miei piedi. Sgranchisco le dita dentro i calzini, come se fossero animali selvatici ridotti in cattività.”… “Infila lo strumento in una scarpa, la destra, e gira la manovella una, due e tre volte. Poi la libera e ripete l’operazione con la sinistra. Alla fine la spazzola, le lucida e me la posa davanti. -Tutto qua?- mi viene da dire. Lui non si muove, aspetta che le calzi. Quando mi alzo in piedi il dolore ai talloni è sparito. Faccio un passo, poi un altro. Non riesco a crederci. Il vecchio, che è stato tutto il tempo in silenzio, alla fine parla: – I piedi sono tutti diversi, ognuno tiene la sua forma, bisogna saperla assecondare. Sennò è una sofferenza continua”.

Ogni persona è unica e irripetibile, così come lo sono i suoi vissuti, i suoi dolori e le sue gioie e deve poter realizzare la propria unicità. Il benessere si raggiunge quando si riesce ad accettare la propria vera natura, ad amarsi per ciò che si è e si vive con minore rigidità l’aspettativa sociale e il proprio Ideale di Personalità.