Masochismo psicologico: le molte forme del “farsi male”
Esiste una forma di sofferenza che non arriva per caso, ma che sembra essere inconsapevolmente cercata, scelta, ripetuta.
Esiste una forma di sofferenza che non arriva per caso, ma che sembra essere inconsapevolmente cercata, scelta, ripetuta. Non parliamo del masochismo erotico, bensì di quel particolare assetto psicologico in cui la persona finisce, più o meno sistematicamente, per “farsi male” nelle relazioni, nel lavoro, nelle scelte di vita.
Il farsi male si può declinare in molte forme che, da clinica, spesso micapita di incontrare nello studio di psicoterapia: l’incapacità di porre fine a una relazione sbagliata, l’attaccamento malinconico a una relazione finita, la tentazione di colmare un vuoto con il dolore, l’incapacità di godere di un successo, l’irresponsabile esposizione a un pericolo (uso di sostanze, gioco d’azzardo), la ricerca dell’espiazione dopo essersi concessi un piacere, la paura che accada qualcosa di brutto perché è accaduto qualcosa di bello.
È il cosiddetto masochismo psicologico o morale: una modalità profonda e spesso invisibile di organizzare l’esperienza, che porta a trasformare il dolore in destino.
Il guaio è non chiedersi: sto costruendo da solo la mia infelicità? I mattoni con cui costruisco la mia prigione li ho raccolti dalle macerie di un passato doloroso?
I tratti distintivi: come si manifesta
Le persone con tratti masochistici non si presentano come tali. Spesso appaiono generose, instancabili, resilienti, persino ammirevoli. Tuttavia, osservando più da vicino, emergono alcuni pattern ricorrenti:
- Scelta ripetuta di partner inadeguati o svalutanti, emotivamente indisponibili, critici, infedeli o bisognosi di essere “salvati”.
- Capacità sorprendente di digerire umiliazioni, offese o trattamenti ingiusti, giustificando sempre l’altro.
- Percezione di essere costantemente vittime delle circostanze, pur contribuendo inconsapevolmente a crearle.
- Tendenza a caricarsi di compiti sgradevoli o eccessivi, senza lamentarsi… almeno all’inizio.
- Difficoltà a dire di no, con conseguente accumulo di frustrazione e rabbia inespressa.
- Autocritica costante, dialogo interno severo e punitivo.
- Iper-lavoro e perfezionismo, nel tentativo di realizzare aspettative altrui vissute come proprie.
- Incapacità di godere dei successi e degli eventi piacevoli: una promozione, una vacanza, un complimento vengono subito sminuiti o sabotati.
Il filo rosso è questo: la persona sembra trovare nel sacrificio, nella frustrazione o nella delusione una sorta di coerenza interna, come se il benessere fosse dissonante rispetto alla propria identità.
È come se lo stare bene fosse vissuto come pericoloso, destabilizzante o immeritato.
Le quattro dinamiche alla base del masochismo morale
Dietro questi comportamenti non c’è una volontà consapevole di soffrire, ma dinamiche profonde.
- La coazione a ripetere
La persona tende a riprodurre relazioni e situazioni dolorose già sperimentate nel passato.Non perché le desideri, ma perché sono familiari. Il noto – anche se doloroso – è meno angosciante dell’ignoto.
La coazione a ripetere custodisce un’illusione (ripetere il passato per dominarlo e padroneggiarlo) e una speranza (ripetere il passato per riscriverlo).
Così si ripetono storie simili con partner diversi, copioni lavorativi frustranti, amicizie sbilanciate.
- Il sabotatore interno
Dentro queste persone vive spesso una voce interna che mina ogni possibilità di realizzazione. Può avere molti registri: rimprovero, critica, colpa, paura del cambiamento, certezza di fallimento.
“Non è per te”, “Non lo meriti”, “Andrà male”, “Non sei abbastanza”.
Il sabotatore interno è quella parte della persona rimasta fedele all’oggetto rifiutante o maltrattante pur di non perdere il legame: una voce del passato che parla al presente.
Quando si presenta un’opportunità favorevole o una relazione premurosa, qualcosa si inceppa: si rimanda, si dimentica, si trova un difetto, si crea un conflitto. È un autosabotaggio che preserva un equilibrio interno fondato sull’idea di non poter stare bene.
- L’identificazione con l’aggressore
Chi è stato esposto precocemente a figure violente, fredde o umilianti può interiorizzarle. Questo meccanismo di difesa permette di padroneggiare e “assimilare” ciò che è stato subito: è meglio essere l’aggressore di se stessi che rivivere la vulnerabilità originaria.
L’aggressore esterno diventa una presenza interna. La persona finisce per trattare se stessa come è stata trattata: si giudica, si punisce, si svaluta.
In altri casi, sceglie partner che incarnano proprio quelle caratteristiche, mantenendo così vivo un legame con l’esperienza originaria.
- Il falso Sé
Alcune persone hanno costruito un’identità centrata sul compiacimento e sull’adattamento ai bisogni altrui. Il proprio desiderio autentico resta in ombra. Se l’esistenza del vero Sé è nascosta, al contempo è protetta dalle minacce di annientamento che provengono da richieste ambientali eccessive, non tollerabili.
Nell’infanzia di queste persone si trovano spesso bambini brillanti che alimentavano l’orgoglio dei genitori, i più bravi, i più diligenti. Hanno iniziato presto ad indossare un abito non cucito da loro che, col tempo, è diventato sempre più stretto, fino a strapparsi con smagliature di ansia, lacerazioni di panico, usure di depressione. Segnali da leggere come richieste di aiuto di un vero Sé che vuole essere ascoltato ed è invece oscurato e imprigionato da un falso Sé.
Si vive per rispondere alle aspettative esterne, convincendosi che siano le proprie. Il prezzo è un senso di vuoto, rabbia o risentimento che emerge quando il sacrificio non viene riconosciuto.
Variazioni sul masochismo
Non esiste un solo masochismo, ma tanti masochismi. Ogni configurazione masochistica si fonda su una narrazione interna unica. Ecco alcune forme ricorrenti.
Il masochista evitante.
È in difficoltà di fronte al successo. La sua vittoria è la sconfitta.
Quando si avvicina a un traguardo, rallenta o si blocca. Il successo implica visibilità, responsabilità, separazione dalle vecchie appartenenze: troppo rischioso. Le capacità ci sarebbero, ma meglio volare bassi.
Il masochista onnipotente
Si immola in amori destinati al fallimento, convinto di poter salvare o cambiare l’altro.
La sofferenza diventa la prova della propria dedizione. L’idea inconscia è: “Se amo abbastanza, guarirò ciò che è rotto”.
Il masochista autodistruttivo
Si espone a situazioni rischiose o altamente disfunzionali.
Essere vittima del proprio destino è preferibile rispetto al rischio di affrontare se stessi in un futuro sconosciuto. Meglio un dolore noto che una libertà spaventosa.
Il masochista possessivo
Conquista rendendosi indispensabile e sacrificandosi per l’altro.
Attraverso l’iperaccudimentocrea legami di dipendenza. Il messaggio implicito è: “Se hai bisogno di me, non mi lascerai”. Molte “grandi madri” e molti “grandi amici” sono ascrivibili a questa tipologia.
Il masochista sopraffatto
Si espone a relazioni e contesti miserabili e poi si sfoga attribuendo ogni sventura ai propri oppressori.
La rabbia è presente, ma non si traduce in scelte diverse.
Il masochista virtuoso
Sembra animato da puro altruismo. In realtà riveste la dedizione di superiorità morale.
Il sacrificio diventa identità e, talvolta, strumento di controllo: “Io do tutto, quindi valgo di più”.
Il lavoro terapeutico: quando la sofferenza diventa resistenza
Le personalità masochistiche possono, paradossalmente, ostacolare il lavoro terapeutico.
Possono dimenticare appuntamenti proprio quando stanno meglio, minimizzare i progressi, trasformare ogni intervento in una conferma della propria inadeguatezza o rifiutare offerte di aiuto per poi lamentarsi di non essere sostenute. La sofferenza, infatti, è divenuta un linguaggio conosciuto e quindi rassicurante: cambiare significa perdere un equilibrio antico, anche se doloroso.
Un confronto fermo e delicato, che aiuti la persona a riconoscere come contribuisce alle proprie difficoltà e come resista al cambiamento, può aprire spazi di trasformazione. Per esempio, comprendere che è più facile ottenere vicinanza chiedendo aiuto in modo diretto piuttosto che facendo leva sul proprio dolore per ottenere attenzione e compassione rappresenta un passaggio decisivo.
Se è vero che le avversità precoci possono compromettere lo sviluppo, è altrettanto vero che relazioni di ascolto e riconoscimento — dunque di cura — possono tracciare evoluzioni nuove. La psicoterapia non riscrive il passato, ma può rinarrare la sua storia emotiva: offre parole dove prima c’erano solo reazioni, significati dove c’erano soltanto ripetizioni.
Il compito non è cancellare ciò che è stato, bensì permettere di immaginare ciò che può essere. Perché il paziente possa, in mezzo al proprio inferno personale, riconoscere chi e cosa non è inferno — e imparare a farlo durare, a dargli spazio nella propria vita.
In conclusione
Vivere senza dolore è impossibile. La sofferenza fa parte dell’esperienza umana.
Ma quando il dolore diventa l’unico linguaggio possibile, quando si trasforma in abitudine o addirittura in necessità identitaria, allora vale la pena fermarsi.
Conoscere i propri meccanismi, riconoscere la propria parte nella ripetizione, tollerare l’idea che stare bene non sia un tradimento ma un diritto: questo può contenere i danni.
Prima che “farsi male” diventi l’unico modo conosciuto per sentirsi vivi.
Bibliografia
Lingiardi V. (2025), Farsi Male. Variazioni sul masochismo, Ed. Einaudi, Torino.