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Smartaholism: quando il lavoro da remoto smette di essere libertà e diventa dipendenza

Lo smart working ha cambiato il modo di lavorare a un ritmo che nessuno avrebbe immaginato. Nato come necessità durante la pandemia da Covid 19, si è rapidamente diffuso e trasformato in una scelta reale per milioni di persone. Oggi il lavoro da remoto non è più solo un’alternativa al lavoro in presenza: è un nuovo paradigma culturale, organizzativo e psicologico.

Le sue promesse sono seducenti: autonomia, flessibilità, risparmio di tempo, maggiore produttività, meno spostamenti, più spazio per la vita privata. E in molti casi queste promesse vengono mantenute, ma non sempre.

C’è un lato B ancora troppo poco raccontato, che riguarda una nuova forma di dipendenza comportamentale: lo smartaholism, la dipendenza dal lavoro agile. Una condizione subdola, silenziosa, mascherata da efficienza e dedizione, che si insinua proprio dove il lavoro diventa sempre accessibile: la nostra casa il nostro tempo, la nostra vita quotidiana.

Smart working: un’opportunità preziosa

Cominciamo dal bicchiere mezzo pieno.

Per i lavoratori il lavoro da remoto può significare:

  • poter gestire meglio impegni personali e vita familiare
  • eliminare o ridurre il pendolarismo, con un enorme beneficio in termini di energia mentale
  • maggiore libertà di scelta dell’ambiente di lavoro, con effetti positivi sulla concentrazione.

Per le aziende, invece, i vantaggi principali sono:

  • riduzione dei costi di spazi e infrastrutture
  • più facilità nell’attrarre talenti, senza limiti geografici
  • possibilità di lavorare per obiettivi, non per ore

Se ben organizzato, lo smart working può diventare un vero strumento di benessere professionale, non solo di produttività.

Lo confermano vari studi: in contesti in cui i confini tra tempo lavorativo e personale sono protetti e la cultura aziendale sostiene la fiducia, la resa individuale migliora e lo stress diminuisce.

Ma a volte i confini si dissolvono….

Ed eccoci al lato critico: quello che riguarda i problemi psicologici che possono subentrare nel nuovo ecosistema del lavoro da remoto.

Tra gli effetti negativi più frequenti troviamo:

  • Confine sfumato tra vita privata e lavoro. Il computer è lì, la chat aziendale è lì, la mail è lì. E allora scatta il pensiero: “Do un’ultima occhiata…”
  • Isolamento sociale. Mancano i corridoi, il caffè, la pausa chiacchierata, gli scambi spontanei. Che non sono una perdita di tempo: sono nutrimento emotivo della vita professionale.
  • Zoom fatigue. La stanchezza mentale da videoconferenza è reale: il nostro cervello non elabora ciò che avviene su uno schermo come se fosse interazione umana completa. Costa di più, rende meno, stanca prima.
  • Aumento delle ore di connessione. Se nessuno stabilisce un limite, lo stabiliamo (male) noi: lavorando sempre, ma non meglio.

E se per molti tutto questo si traduce in stress, per qualcuno può diventare qualcosa di più: bisogno compulsivo di non staccare mai.

Smartaholism: la nuova gabbia invisibile

Il termine “smartaholism” nasce dall’unione di smart working e aholism, ricalcando il lessico delle dipendenze comportamentali. A differenza del più noto workaholism, lo smartaholism si radica in una realtà tecnologicamente mediata, dove la reperibilità continua, l’assenza di barriere fisiche tra ambiente e ruoli, e la cultura della produttività pervasiva facilitano una connessione costante al lavoro. I primi studi empirici risalgono al 2021, grazie a ricerche italiane promosse da gruppi universitari a Bologna e Milano – Bicocca, che hanno osservato pattern comportamentali ripetitivi e disfunzionali tra i lavoratori da remoto. Il fenomeno colpisce, in particolare, chi lavora in settori ad alta intensità cognitiva e bassa strutturazione temporale, come la consulenza, l’informatica, la ricerca, i servizi professionali e le professioni intellettuali. In tutti questi contesti, il lavoro da remoto può fungere da catalizzatore: anziché liberare può amplificare la pressione rendendo ogni ora potenzialmente produttiva, ogni stanza un potenziale ufficio, ogni notifica un richiamo urgente.

Lo smartaholism non è semplicemente lavorare troppo: è un pattern comportamentale in cui il lavoro da remoto:

  • Diventa il principale strumento di regolazione emotiva
  • Occupa sempre più spazio mentale e temporale
  • Sfugge al controllo volontario
  • Produce sofferenza quando si prova a disconnettersi
  • Compromette relazioni, sonno, tempo personale, salute

In altre parole: il lavoro agile smette di essere un mezzo e diventa un rifugio, un metro identitario, un anestetico emotivo, una droga comportamentale.

È un processo simile al workaholism classico, ma con un elemento nuovo: la totale permeabilità dell’ambiente digitale domestico, che funge da cassa di risonanza.

Le trappole cognitive che lo alimentano

Nell’ecosistema digitale il nostro sistema cognitivo è esposto ad alcune distorsioni di pensiero che possono alimentare la dipendenza:

  • “Se sono sempre reperibile, allora valgo”. Scambiamo la presenza on line per importanza personale
  • “Lavorando da casa risparmio tempo, quindi devo lavorare di più”. La flessibilità diventa obbligo autoimposto
  • Pensiero dicotomico. “O sono produttivo al 100% oppure sto fallendo”.
  • Sottostima del danno differito. Ignoriamo gli effetti a lungo termine sulla salute perché il rinforzo è immediato: un “grazie”, un “sei stato velocissimo”.

La clinica dello smartaholism: un nuovo disturbo emergente?

Sebbene non sia ancora inserito nel DSM-5 o nell’ICD-11, lo smartaholism presenta tratti comuni con le dipendenze comportamentali. Nella pratica clinica, si presenta con una costellazione di sintomi progressivi che il paziente fatica a riconoscere come problematici. Non c’è una “crisi”, ma un lento scivolamento verso un’occupazione mentale costante, un’irritazione crescente verso ogni interruzione, una difficoltà a interrompere l’attività anche quando non è necessaria. Le persone che soffrono di smartaholism riferiscono spesso di svegliarsi controllando le e-mail, di lavorare fino a tarda notte senza rendersene conto, di rispondere a messaggi lavorativi anche durante le cene familiari o i fine settimana. Il tempo libero non viene più vissuto come tale, ma come una finestra di tempo “non utilizzato” da ottimizzare. A livello cognitivo si osservano fenomeni di vigilanza selettiva verso gli stimoli lavorativi, pensieri intrusivi rispetto a compiti incompleti, senso di colpa nell’inattività. Dal punto di vista emotivo, si riscontra un aumento dell’ansia, un abbassamento del tono dell’umore e un senso diffuso di insoddisfazione, nonostante l’apparente “successo professionale”.

Nei casi più gravi, si arriva a manifestazioni depressive, disturbi del sonno, sintomi psicosomatici (cefalee, gastriti, tensioni muscolari) e isolamento relazionale. È particolarmente rilevante l’associazione con il burnout, che però nello smartaholism ha caratteristiche peculiari: non è legato solo all’intensità del carico, ma alla pervasività.

Come affrontarlo: prevenzione e trattamento

La prevenzione dello smartaholism non può limitarsi alla buona volontà individuale. È necessaria una rieducazione culturale, sia nei contesti aziendali che nei percorsi terapeutici.

A livello individuale, il primo passo è la consapevolezza: riconoscere i segnali precoci, accettare che la dedizione può essere anche disfunzionale, riscoprire il valore del tempo libero come spazio rigenerativo. Le tecniche più efficaci sono quelle che lavorano sulla regolazione dei ritmi e sulla costruzione di confini:

  • Stabilire orari chiari.
  • Creare rituali di apertura e chiusura del lavoro.
  • Praticare il digital detox.
  • Dedicare tempo ad attività non performative.
  • In molti casi, è utile anche un percorso psicoterapeutico.

Dal lato organizzativo, le aziende devono assumere un ruolo attivo:

  • Introdurre politiche di disconnessione.
  • Formare i manager al riconoscimento dei segnali di disagio.
  • Valorizzare i risultati più che la presenza continua.
  • Offrire supporto psicologico.

Si tratta di interventi non solo eticamente auspicabili, ma anche strategicamente utili perché un lavoratore in burnout è un lavoratore meno efficace.

Conclusioni

Lo smart working è una risorsa potente se governata: può migliorare la qualità della vita e l’efficienza. Diventa pericoloso quando la flessibilità si trasforma in obbligo morale di reperibilità, quando il lavoro sostituisce altre fonti di significato e quando le distorsioni cognitive mantengono un circolo di compulsività. Smartaholism non è solo un neologismo provocatorio: è una lente clinica utile per riconoscere pattern disfunzionali nella nuova realtà del lavoro agile.

Come professionisti della salute mentale, abbiamo il compito non solo di curare, ma di promuovere una cultura del lavoro più umana, dove la performance non cancelli la persona e dove il tempo del riposo sia riconosciuto come tempo di vita.

 

Bibliografia:

De Masi D. (2020). Smart working: il Lavoro del futuro. Ed. Marsilio

Elli T. (2021). Smart working: guida psicologica alla sopravvivenza. Ed. Franco Angeli

Masia V. (2025). Workaholism e smartaholism. Impatto psico-fisico, strumenti di prevenzione e strategie di intervento nelle dipendenze da lavoro onlife e online. Collana ebookecm